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Tony Vece

La forma di questo lavoro è tale perché Giuseppe Tralli l’ha spinta e la spinge con le sue osservazioni critiche.

Molte delle foto pubblicate qui  sono mie, le più belle sono l’opera di fotoreporter che mi onorano in qualche modo della loro amicizia.

Amo la fotografia, una vera arte: ho un profondo rispetto e una grandissima ammirazione (unita a un pizzico d’invidia) per i fotoreporter.

La fotografia l’ho incontrata per caso: tornavo a Potenza da Napoli in treno (se non sbaglio avevo fallito un esame all’università e l’umore era nero) e nel mio scompartimento ho conosciuto un signore genovese Mario Dondero uno dei più grandi fotografi italiani. Non era un ragazzino ma mi appassionò quel suo tono pacato e nello stesso tempo entusiastico con cui parlava del suo lavoro. All’epoca viveva a Parigi e mi diede il suo numero di telefono che appuntai su un’agendina che conservo ancora. Quella conversazione mi emoziò!

Con l’andare della professione ho conosciuto  moltissimi fotografi a Milano, Roma, Firenze, Napoli. A uno di questi, Tony Vece, sono affezionato in modo particolare: alcune delle mie più belle pagine all’Ansa le ho scritte insieme a lui. I blocchi degli agricoltori infuriati del metapontino, le proteste contro il progetto di sito delle scorie nucleari a Scanzano Jonico, il blocco della Fiat di Melfi. Con Tony c’è stata una complicità nel lavoro, un capirsi al volo nelle situazioni più difficili incredibile. Tony con i suoi obiettivi era ed è (oggi stiamo in due posti diversi) sempre un passo davanti agli altri!

La mia prima macchina fotografica è stata una Praktica Bc1, gloriosa macchina della ex-Ddr. Poi sono passato alla Nikon con la 801s, poi (dopo un lungo prestito di una Nikon digitale reflex),  la prima digitale una piccola Nikon E7600 per approdare a una Nikon D60 (tutta roba che fa sorridere i veri fotografi).

Aggiornamento aprile 2011: all’inizio dell’anno ho tradito la Nikon D60 (ceduta ad un caro amico) per una Canon D1000. E’ durata poco (ceduta ad un altro caro amico): la mia nuova Nikon è una D3100 (lo so avevo deciso ab illo tempore che le ideologie erano finite, ma ci sono le eccezioni!)

Aggiornamento maggio 2013: ulteriore upgrade Nikon D7100!

commenti
  1. Tony ha detto:

    Caro Gianni, hai lasciato questa (tua/mia) terra confermando che le sfide si affrontano e spesso si vincono. Io questa sfida l’ho persa anni fa proprio perché non l’ho affrontata….Avrò pensato “non mi sembra il caso di andare”. Oggi, da precario, a 40 anni (vabbé 41!) non è facile, ma come tu mi hai sempre insegnato, nella vita le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Se dovesse passare un altro treno questa volta salgo al volo (magari chiedendo lumi allo “zio Pino” Tralli che di ferrovia se ne intende). In questi giorni ti ho pensato spesso, grazie al lavoro più bello del mondo sono stato in quel di Rosarno: un’esperienza professionale ed umana incredibile! Ero stato in Calabria nel 2006, tornare e scoprire che la situazione è peggiorata mi ha scaturito tanto sconforto. Non è mancato l’intoppo con l’auto, e qui la mente è tornata a quella notte alla Fiat Melfi che ben ricorderai.

  2. Giuseppe Tralli ha detto:

    GENTE DELLA LUCANIA

    Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra. Dove arriva fa il nido, non mette in subbuglio il vicinato con le minacce e neppure i “mumciupì” con le rivendicazioni. E’ di poche parole.

    Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione.

    Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell’allegria dei vicini, dell’esuberanza dei compagni, dell’eccitazione del prossimo.

    Lucano si nasce e si resta. Gli emigranti che tornano dalla Colombia o dal Brasile, dall’Argentina o dall’Australia, dal Venezuela o dagli Stati Uniti, dopo quaranta anni di assenza, non raccontano mai nulla della vita che hanno trascorso da esuli. Rientrano nel giro della giornata paesana, nei tuguri o nelle grotte, si contentano di masticare un finocchio o una foglia di lattuga, di guardare una pignatta che bolle, di ascoltare il fuoco che farnetica. E di uscire all’aurora se hanno un lavoro o un servizio da compiere, uscire all’oscuro per tornare di notte.

    Non si tratta di una vocazione alla congiura o alla rapina ma di una istintiva diffidenza verso il sole. Dove c’è troppa luce il lucano si eclissa, dove c’è troppo rumore il lucano s’infratta. Non si fa in tempo a capire questo animale, a fare un passo di strada insieme, che già fugge alla svolta. Per andare dove?

    Gli amici che hanno qualche dimestichezza coi lucani hanno capito la strategia, li fanno cuocere nel loro brodo. C’è un tratto caratteristico dei lucani, un tratto sfuggito ai viaggiatori, da Norman Douglas a Carlo Levi, sfuggito ai benefattori, da Adriano Olivetti a Clara Luce, e forse agli stessi sociologi.

    Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone della insoddisfazione.

    Parlate con un contadino, con un pastore, con un vignaiolo, con un artigiano. Parlategli del suo lavoro. Vi risponderà che aveva in mente un’altra cosa, una cosa diversa. La farà un’altra volta.

    Come gli indù, come gli etruschi egli pure pensa che la perfezione non è di questo mondo. E difatti, scolari e bottai, tagliapietre e sarti, muratori e fornaciari si fanno seppellire ancora con tutti gli arnesi.

    Essi pensano di poter compiere l’Opera in un’altra vita. Quando avranno pace.

    Non trovano in terra le condizioni necessarie per poter fare il meglio che sanno fare. Strana etica. L’ultimo tocco, il tocco della grazia il lucano non lo troverà mai. Eppure nella nitidezza del disegno ti parrà di intravvedere l’opera compiuta. Manca un soffio. Questo è un popolo che la saggezza ha portato alle soglie dell’insensatezza. Come una gallina che s’impunta davanti alla riga tracciata col gesso l’intelligenza dei lucani si distoglie per un niente, si blocca appena sente volare una mosca.

    (Da L. SINISGALLI, Il ritratto di Scipione e altri racconti, MI, Mondadori, pp. 165-166)

    Tony e Gianni, ha ragione Sinisgalli: lucani si nasce e si resta. Non importa se andiamo o stiamo fermi, se inseguiamo o siamo inseguiti. Abbiamo sempre bisogno di un altro attimo, ancora uno per ripartire l’ennesima volta. Sempre con l’entusiasmo della prima e la passione dell’ultima.
    Verso Potenza o Matera, Napoli o Milano come verso New York o Parigi, basta non fermarsi al cospetto di una riga tracciata o di fronte ad un muro inatteso. Voi due, solo questo dovete fare: continuare a fare quello che fate e come lo sapete fare. Agli altri non resta che godere del risultato o invidiarlo, come avviene sempre e ovunque, non solo in Basilicata.

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