Archivio per la categoria ‘Il bond’

Vil Germania!

Pubblicato: 11 febbraio 2014 in Il bond

Suonerà strano ai censori della Germania la lettura di questo articolo di Christian Dustmann, Bernd Fitzenberger, Uta Schonberg e Alexandra Spitz-Oener su La Voce.Info.

Dal 1995 la competitività della Germania è cresciuta costantemente, mentre quella dell’Italia è diminuita costantemente.

Ed è cresciuta – la competitività tedesca – perché « il sistema di relazioni industriali tedesco ha consentito un incremento senza precedenti della decentralizzazione (o localizzazione) della negoziazione che fissa gli stipendi, gli orari e gli altri aspetti delle condizioni lavorative da livello collettivo nazionale a livello di singola azienda o singolo lavoratore. Questo processo ha consentito di ridurre gli stipendi, in particolar modo nella parte più bassa della distribuzione salariale, e ha infine migliorato la competitività dell’economia».

Competitivi?

L’Italia, 50 anni dopo

Pubblicato: 3 aprile 2013 in Il bond

Si può tornare indietro di 50 anni? Certo che si può.

L’Italia ha meno popolazione attiva (2010, dati Ocse) che nel 1960: 37,39 contro 40,38%. Cioè il 2,99% in meno.

Siamo penultimi (ma l’ultimo posto della Turchia in realtà è una strana combinazione di numeri) nella classifica della crescita della popolazione attiva tra i paesi dell’Ocse.

Anche la Grecia, che sta peggio di noi, ha fatto meglio di noi.

50 anni sono un periodo sufficiente per valutare un sistema-paese: è il tempo per fare cose importanti nelle infrastrutture (l’autostrada del Sole, p.es.), è il tempo che serve a cambiare il mix dei fattori produttivi, è quel tempo che gli economisti chiamano lungo periodo.

In 50 anni è cambiata completamente l’agricoltura, è nata e, in parte morta, l’industria, esplosi, ridimensionati, riesplosi i servizi.

Ma questi cambiamenti hanno riguardato tutti i paesi, magari con qualche sfumatura, ma sono megatrend che hanno interessato tutti.

E allora cos’è successo al Belpaese?

Lavoro & popolazione secondo l'Ocse

Lavoro & popolazione secondo l’Ocse

Ovviamente l’Italia non è stata ferma: in 50 anni i posti di lavoro sono aumentati di 2,4 milioni, anche se la popolazione è cresciuta di 10,3 milioni. In Francia, per esempio, la popolazione è cresciuta di 17 milioni (molti rientri dalle avventure coloniali e moltissima immigrazione), ma i posti di lavoro sono saliti di 7 milioni. O ancora l’odiata Germania – che partiva, a causa della guerra, con molte delle nostre stesse zavorre – è passata da 72 a 81 milioni, ma gli occupati sono passati da 25 a 38 (riassorbimento dell’est compreso!). Per tacere della Spagna – che pure è oggi inguaiata – o del Portogallo, senza considerare i liberisti Usa, Australia e Nuova Zelanda o i civili paesi scandinavi.

L’Italia ha pagato e paga le corporazioni, i recinti chiusi, le rendite di posizione. Argomenti che non si affrontano durante le campagna elettorali (qualcuno ha sentito mai più parlare della civilissima liberalizzazione dei taxi o dei notai, o delle farmacie, o  dell’inutile ordine dei giornalisti o della vergogna dell’intramoenia nella sanità, o delle altre decine di piccole consorterie che ammorbano il Paese salvo poi a fare la lezione agli altri?).

La Basilicata va a piedi

Pubblicato: 12 dicembre 2012 in Il bond
Tag:, , , ,

La Basilicata non ha più né auto, né petrolio. Non le resta che andare a piedi.

Almeno guardando le esportazioni dei primi nove mesi del 2012, è così.

Togliendo le esportazioni di auto, parti di auto e motori e di petrolio, l’export totale crolla.

Svanisce, in pratica, un quarto delle esportazioni.

Ma se si <va a piedi>, sia pure con valori drasticamente ridimensionati, l’export lucano cresce addirittura meglio (in valore percentuale) della Lombardia, della Toscana, dell’Emilia Romagna e di quasi tutte le regioni meridionali.

Immagine 11-12-12 in 23.49

 

 

Ci sono tuttavia alcune riflessioni da fare sulla crescita della Basilicata <a piedi>. In particolare per la sua caratteristica di patchwork.

La posta in gioco

Pubblicato: 14 dicembre 2011 in Il bond

Nella fobia generale delle caste si sta perdendo di vista il dato di fondo dello squilibrio dei conti pubblici italiani. L’Italia spende più di tutti i cosiddetti paesi avanzati nel pagare le pensioni pubbliche; dietro, si fa per dire, c’è la Francia: la distanza è di due punti percentuali.

Due punti di Pil francese valgono 42 miliardi di euro! Cioè due manovre di Monti!!!

L’Italia spende per le pensioni 251 miliardi di euro, il 9 per cento di tutto il debito del Paese.

La Danimarca, uno degli stati del welfare scandinavo dalla “culla alla bara” spende il 5,4 per cento del Pil: in soldoni 9,7 miliardi di euro all’anno. Non pare che ci sia uno stato di indigenza generale.

 

Pensioni & sanità, fonte Ocse

Retributivo e contributivo

Pubblicato: 29 novembre 2011 in Il bond

Museum Frieder Burda

Durante Ballarò di stasera (29 novembre 2011) è venuto fuori il timore di quei lavoratori  la cui pensione, con le regole attuali, dovrebbe essere calcolata con il metodo retributivo. Il loro timore è che nell’ennesima manovra di aggiustamento dei conti dello Stato il metodo retributivo possa essere sostituito ope legis con il sistema contributivo.

<E’ un mio diritto, lavoro da 30 anni, non si possono cambiare le regole durante il gioco>.

Qual’è questo diritto e perché il sistema retributivo è ritenuto così nefasto per le casse dello Stato e soprattutto per coloro che il 1 gennaio del 1996 non avevano anzianità previdenziale o non erano nemmeno nati?

Secondo il sistema retributivo la pensione è rapportata alla media delle retribuzioni (o redditi per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni lavorativi e si applica ai lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il sistema contributivo si applica ai lavoratori privi di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 e tale sistema di calcolo si basa su tutti i contributi versati durante l’intera vita assicurativa.

Molto superficialmente il primo è rapportato a quanto hai guadagnato, il secondo a quanto hai versato. La differenza non è piccola. Durante Ballarò è stato mostrato il caso di una donna che con il sistema retributivo avrebbe percepito 2.700 euro, con quello contributivo 1.400 euro.

In sostanza con il retributivo non ricevi per quello che hai <messo da parte> ma in ragione di quanto hai già guadagnato: lo squilibrio tra quanto hai versato e quello che prendi è considerevole ed è lo Stato, cioè la collettività di chi lavora e mantiene il sistema a pagare la differenza.

Ma. Ma la vita si è allungata e sostenere queste pensioni per 25-30 non è più possibile perché il rapporto tra attivi e inattivi è cambiato a sfavore dei primi e gli istituti di previdenza vengono finanziati dalla fiscalità generale e non più esclusivamente dai contributi degli attivi.

Il sistema retributivo genera debito sulle prossime generazioni ed è sempre crescente.

Il sistema contributivo fotografa la capacità (e la possibilità) di produrre reddito. E siccome si capisce subito che genererà pensioni modeste si è  pensato di rafforzarlo con la cosiddetta previdenza complementare.

La previdenza complementare dal canto suo chiede accantonamenti ulteriori che si fanno riducendo il risparmio (ma la previdenza complementare è essa stessa una forma di risparmio sia pure particolare) o i consumi.

Perché? Perché per costruire un “castelletto” adeguato servono soldi e i soldi vanno pescati nel reddito disponibile che per questo diminuisce,  diminuendo i consumi.

E’ da aggiungere – giusto per completare il già complesso quadro – che proprio dagli anni della riforma Dini i contratti di lavoro hanno subito tagli e che per le stesse mansioni il salario di lavoratori anziani e giovani è molto differente (a svantaggio dei secondi) e che l’ingresso nel mercato del lavoro negli ultimi 15-20 avviene in età più avanzata (per questo i contributi versabili sono in partenza già tagliati).

Per questo i lavoratori con meno di 50 anni avranno pensioni più basse, hanno un reddito disponibile ridotto e sono più incazzati perché tirano il carro – diventato più pesante – e hanno la certezza che non vi potranno salire.

Per questo è indispensabile una operazione di equità. Ma non c’è altra strada.

Il contributivo deve essere esteso a tutti.

E chi oggi è nell’area del sistema retributivo non può dolersi. Non perde nulla di quello che ha versato, perde quello che altri avrebbero dovuto versargli.

Come ha detto il preside della facoltà di giurisprudenza della Luiss <ha fatto una scommessa con lo Stato che ora rischia di perdere>.

Si avrà il coraggio di allineare tutti al contributivo?

Il mercato del pesce (2)

Pubblicato: 14 agosto 2011 in Il bond

Ecb board

Dovrebbe essere piuttosto avvilente per un Paese e un governo ricevere l’elenco delle cose da fare per evitare di fare la fine della Grecia. Eppure quelli che non più tardi di una settimana fa nelle aule parlamentari venivano individuati come la peste (i cosiddetti “tecnocrati“) da quegli stessi che nei prossimi giorni alzeranno la manina senza avere nemmeno capito di cosa si sta parlando, hanno deciso per l’Italia e gli italiani. La lettera a doppia firma Tichet-Draghi dimostra come l’Europa – al di là delle frasi di circostanza – considera l’Italia: una mina vagante. Del resto con la “manovra dell’avvenire” di metà luglio  che prometteva di fare negli anni successivi gli unici che si erano convinti di avere fatto ciò che era necessario fare erano gli italiani che dovendo, appunto, fare nel futuro non avevano nemmeno protestato più di tanto. Tagli di qua, tagli di là ma al di là del solito balzello sui carburanti (la tassa più amata da tutti i governi degli italiani) immediatamente varato – per il resto era tutto rinviato aspettando Godot. Se mai esisterà in futuro un altro Wikileaks sarebbe bello leggere la corrispondenza tra l’ambasciata tedesca e il governo di Berlino.

Ma la botta di Ferragosto non risolve i problemi in campo: ci vorrebbe una rivoluzione nella gestione dello Stato, ma la politica italiana non offre materia prima capace di cotanto disegno. Se non si ridiscute il modello dello Stato anche i sacrifici di Ferragosto saranno vani: la macchina pubblica italiana è come un motore che gira a folle, consuma carburante e produce rumore e inquinamento. Bisogna rivederne il modello: certo alcune cose ci sono. Non si può negare che avere avuto l’idea di tagliare le province più piccole è positiva (per eliminare l’inutile ente Provincia in quanto tale serve cambiare la costituzione!) e può essere un buon inizio. Ugualmente utile è costringere i piccoli comuni a mettersi insieme (anche perché con i pochi soldi che hanno non riescono a fare nulla, se non pagare gli stipendi e devastare il territorio), si sarebbe potuto alzare la taglia da mille a due mila. Ma va bene anche così.

Solo che tutto questo non basta e non basterà. Se non si tocca il capitolo pensioni non si compie il vero salto di qualità. Non è solo una questione di soldi, ma soprattutto di regole e di certezze. I diritti acquisiti di oggi non possono essere i diritti negati di domani e il niente di dopodomani. E’ indispensabile un’operazione di equità e giustizia sociale. Non solo di soldi. La società non lo reggerebbe.

 

Italico tricolore

Per il secondo anno consecutivo i conti dello Stato Italiano hanno dovuto subire un maquillage: sia nel 2010 sia nel 2011 i medesimi soggetti agli inizi di maggio avevano rassicurato gli italiani che la finanza pubblica non necessitava di intervento alcuno. A metà maggio ci era stato detto che erano necessari piccoli aggiustamenti, a metà luglio è legge una manovra – pare – da 79 miliardi di euro (parente a circa 150mila miliardi delle vecchie lire).

Peccato che i 79 euro entreranno nelle casse dello Stato più o meno tra il 2014 e il 2015: sicché i mercati finanziari internazionali hanno cominciato a pensare che si trattasse di una messinscena e hanno penalizzato i titoli del debito dello Stato italiano che difatti sarà costretto a pagare più interessi. Quindi serviranno più soldi, più di qui 79 miliardi.

I mercati – entità astratta evocata spesso a sproposito – e gli osservatori internazionali hanno capito bene che la manovra da 79 miliardi non risolve la <questione> strutturale della spesa dello Stato italiano. Infatti, l’Italia ha una struttura dei costi della sua amministrazione pubblica per sua natura crescente: di tanto in tanto si interviene e si sfronda ma da un secondo dopo i costi riprendono a crescere. Come la coda di un serpente.

Roma ladrona?

Non è sufficiente tagliare le pensioni, bisogna rivedere i cosiddetti <diritti acquisiti> (per pagare oggi la mia pensione non si può impoverire chi oggi lavora e domani sarà pensionato né si può lasciare sul lastrico chi ancora non è entrato nel mondo del lavoro), così come per la sanità bisogna davvero mettere mano alla questione della rete degli ospedali (si parla da anni di tagli, ma nessun ospedale è stato mai davvero chiuso) e dei farmaci (la cui distribuzione è spesa per lo Stato ma ingenti guadagni per la struttura commerciale monopolistica delle farmacie).

Non bastano le promesse: non bastano a chi detiene i bond ed è in un certo senso azionista dell’Italia, non basta al Paese che non vede l’uscita dal tunnel della bassa crescita.

Servirebbe del coraggio e un’intesa politica globale. Ma questa merce non è trattata al mercato del pesce nel quale ci muoviamo.